LETTURA SCENICA a conclusione del Corso di Scrittura Espressiva – Università Popolare di Ferrara
Docente: Simona Bianchini
Premessa
Immagina di trovarti nella camera mortuaria dove è deposta la salma di un sacerdote, don Roberto, morto a causa di un improvviso quanto fatale infarto che l’ha colpito mentre confessava Ambra, un’escort.
Al suo capezzale sono accorsi amici, conoscenti e familiari e, mentre sono in raccoglimento, le loro menti si affollano di pensieri, ricordi, giudizi, rimpianti e, perchè no, illazioni.
Don Roberto, nel momento del passaggio a miglior vita, scopre di aver acquisito il super potere di leggere nel pensiero così che, prima di andarsene, definitivamente ascolta e commenta ciò che passa per la testa di tutti coloro che sono andati a compiangerlo.
Di seguito i pensieri di chi sta portando il suo ultimo saluto a don Roberto seguiti dai commenti del sacerdote.
DON ROBERTO
Tutti i testi di don Roberto sono a cura di Emidio Peroni
Mi chiamo Roberto e ho 53 anni, abito ai Lidi. Sono proprio curioso di sapere cosa state pensando in questo momento.
ALLENATORE DI TENNIS
di Fabiola Ibrahimi
Ma chi me l’ha fatto fare di mettermi queste scarpe oggi?
Mi stanno massacrando i piedi, manco mi piacciono poi… boh, devo aver avuto un momento di stupidità stamattina. Sento il cuoio che mi scava il tallone, proprio nel punto dove tu dicevi di avere male quando non avevi voglia di correre sui recuperi bassi.
E poi questo caldo. Ma perché fa così caldo qui dentro? L’aria è ferma, pesante, sembra quella dei Lidi ad agosto, quando ti si appiccica addosso e ti viene voglia di mollare tutto e andare a bere. C’è anche un odore strano, non capisco se è la stanza o sono io che sto sudando come un cretino.
Controllo l’orologio: quasi le quattro. Se non esco tra cinque minuti mi becco il blocco sul viale e il ragazzino nuovo mi aspetta al tornello del campo 4. Non posso fare tardi, già non tiene una palla dentro, figurati se gli do pure un motivo per agitarsi.
Però guardati. Te ne stai lì, così composto, come se stessi aspettando il servizio. Scommetto che sotto quella giacca scura i muscoli sono ancora tesi, pronti a scattare. Sempre vanitoso sei stato. Ti piaceva piacere. Quegli occhi chiari… quante ne hai fatte innamorare? Ti vedo ancora davanti alla vetrina del circolo, a fingere di controllare l’impugnatura mentre in realtà guardavi il tuo riflesso. Ieri ci sono passato davanti. Ho rallentato senza volerlo, aspettando di vederti mentre sistemavi la barba, pronto a spararmi una cazzata delle tue.
Mi tornano in mente le tue scuse assurde, il grip che scivolava, la palla troppo leggera, troppo pesante, troppo gialla… sempre qualcosa. Una volta hai dato la colpa al sole e stavamo al chiuso. Io sì che me lo ricordo. E ora eccoti qui, immobile, tu che immobile non ci sapevi mai stare.
Accoglievi tutti, ascoltavi tutti con quella faccia da buono. Ma io ti conoscevo bene sai.
Mi avevi quasi convinto che avresti trovato una scusa anche stavolta, una delle tue, per ribaltare tutto all’ultimo secondo. Che era un errore dell’arbitro, che la luce era sbagliata.
E invece, niente.
Risposta di DON ROBERTO
Vorrei ricordati che non che sei l’Allenatore di Sinner che te la tiri così. E poi se io sono vanitoso che dire di te? Prova a osservare il tuo tono di voce quando parli con me rispetto a quello che usi con le clienti più avvenenti.
ESCORT AMBRA
di Lorella Ferracioli
Eccoci qui, chi l’avrebbe mai detto, uno sportivo come te… poi dicono che lo sport fa bene. Non guardarmi così, lo so cosa pensi quando vengo da te: che io sia quella da salvare. In questo momento mi sento come sospesa a metà, tra quello che sono e quello che non potrò mai raccontare a nessuno. Ma tu ed io siamo uguali, caro mio. Due professionisti dell’ascolto. Io vendo un po’ di me stessa, tu vendi… Beh! Non ho mai capito bene cosa vendessi, ma la gente fa la fila per vederti e scommetto che pagano meglio me.
Ti ricordi quella volta che ti ho chiesto se il tuo capo fosse d’accordo con la nostra amicizia? Mi hai risposto che a lui non importava chi fossi. Mi hai sempre fatto ridere, con quel modo di parlare così pulito… ma con una punta di vanità. Sai mi mancano le nostre chiacchierate, soprattutto il modo in cui sai comunque perdonare tutto. Ricordi quel giorno, quando causalmente da una tua tasca è caduto il biglietto del vaporetto di Venezia, fermata del Casinò. L’hai raccolto con imbarazzo, ma i tuoi occhi azzurri come il cielo, mi hanno rivelato che nascondevi un segreto. Guarda che le voci giravano anche nel mio ambiente. Ho fatto finta di niente, te ne avrei parlato, ma non c’è stato il tempo. Tranquillo… non ne parlerò con nessuno; noi due siamo abituati a mantenere i segreti.
Tutta questa gente che piange… a volte mi chiedo chi reciti meglio la parte, se io o il Sindaco. Guardalo lì, con quell’aria da agnellino rassegnato; sapesse la gente che sotto quella faccia da “bravo ragazzo”, si nasconde un animo meno angelico. Per non parlare di tua madre: quel modo di vestire è quasi un insulto al decoro. Perfino io ho avuto il buon gusto di scegliere qualcosa di più sobrio. E poi, siamo onesti, mio caro Roberto: la santarellina che ti tiene in ordine la casa…siamo sicuri che si limiti a spolverare i mobili? L’ho vista sai, ritoccarsi il rossetto più di una volta, prima di girare la chiave nella tua serratura.
Ma poi guardati, sei sempre circondato da un mare d’ipocrisia, ma in fondo questa è la tua forza. Tu sai tutto! Proprio come me conosciamo i lati oscuri di chiunque, ma sappiamo quando è il momento di restare in silenzio.
Mi hai fregata, te ne sei andato lasciandomi senza parole. Sei fuggito da questa comunità che in fondo non ti meritava. Guarda il tuo capo, che infimo, sapessi le voci che circolano anche sul suo conto, roba da galera. Se guardo le facce dei presenti mi convinco che la più seria sono io, tutto sommato il mio è un mestiere antico.
Che ti devo dire Roberto, mi manchi, un giorno o l’altro ci rivedremo da qualche parte.
Risposta di DON ROBERTO
Ambra. Se c’è una cosa che mi piacerebbe fare veramente con te… quella è una bella fumata insieme, ma non di sigaretta.
IL CONTADINO
di Pietro Bianchi
Sei proprio un bel tipo te.
Tutti gli anni quando è tempo di mele arrivi in azienda, così, per caso, per portarti a casa una cassa di mele e così succede per il tempo delle fragole, per le pere, i pomodori e tutto il resto. Però non ti interessano solo i frutti del campo, soprattutto all’epoca delle fragole quando le operaie lavorano chinate ti ho visto come sbirci tra i décolleté. Fai finta di niente ma poi incontrando il mio sguardo simuli di essere in imbarazzo, ma mica tanto poi, e come darti torto. D’altronde sei un bell’uomo, prestante, sportivo, pieno di vita. Mi ricordo la prima volta che sei entrato nella campagna, non la conoscevi e sei andato subito con la macchina nel fosso. Noi che sghignazzavamo sotto i baffi e tu che imprecavi, avrei quasi detto che bestemmiavi. Ti abbiamo tirato fuori col trattore, alla vista del quale sei rimasto affascinato, continuavi ad osservarlo come un bambino fa con un giocattolo. Ti ho chiesto:
“Roberto, lo vuoi provare?”.
Ti sei girato coi tuoi grandi occhi azzurri che in quel momento sono diventati brillanti come due diamanti e mi hai detto:
“Sì, ma non oggi”.
La proposta ti catturava ma non volevi darlo a vedere. Stamattina stavo girando in mezzo ai meli e mi sei venuto in mente, la faccia che facevi quando addentavi il frutto più maturo, chiudevi gli occhi e sembravi in estasi, sembrava che raggiungessi il paradiso. Ti avevo chiesto di appoggiarmi in un certo affare. Mi hai assicurato il tuo interessamento, ma secondo me non te ne frega niente, tanto che ho deciso che non ti darò più niente, non avevo ancora trovato l’occasione giusta per dirtelo. Beh! Sono passato per un saluto veloce, ma adesso devo proprio scappare, gli animali non possono mica aspettare, devo lavorare io!
Risposta di DON ROBERTO
È vero che mi hai sempre regalato un sacco di roba. Questo non mi esime dal dirti che nella tua frutta ci metti sempre un sacco di pesticidi. Non dirmi come faccio a saperlo. Ora lo so. Il tempo delle mele è un po’ passato. Ma è bello come quel film… e come quelle scollature delle tue operaie.
SINDACO
di Stefano Tommasone
Sua Eccellenza come al solito mi ha stretto la mano come se afferrasse qualcosa di
sgradevole o di losco, non ho ancora capito cosa pensa di me dopo tutti questi anni.
E invece tu dove sei, Robè? Sicuramente la Marta ti ha fatto vestire per bene, con uno di
quei tuoi blazer alla moda.
Mia moglie è voluta venire per forza. Pendeva dalle tue labbra, oggi è arrivata a dire che
sarebbe stato meglio se fossi stato tu il sindaco e non io! Ti prenderei a pugni. Se solo
sapessi dove sei.
Sarei dovuto venire un po’ prima, è troppo pieno qui, e poi non mi piacciono queste persone
che mi si affollano attorno solo per darmi un “buongiorno”, ma buongiorno un cazzo! Ma vi
rendete conto in che situazione siamo, ne approfittate solo per fare i lecchini, tutti nessuno
escluso.
E no, tu Robè no. Vieni sempre in comune senza bussare e senza appuntamento, con un
scusa qualunque “la mia casa cade a pezzi, stamattina è caduto un pezzo di cornicione” e
invece è un pezzo di calcinaccio raccolto chissà dove.
“Sindaco, ti devo parlare”, parli tanto, troppo, di sinergie, contributi europei, progetti
strampalati con soldi non tuoi, ma dei contribuenti.
“Dio mio cosa vuole!” penso ogni volta e quante volte mi sono reso irreperibile. Cosa darei
adesso perchè tu sbucassi dalla porta con quel sorrisetto insopportabile da primo della
classe e annunciassi che siamo tutti su scherzi a parte.
Che ore sono? Le 16. Finirà tra poco spero. Devo riferire in Giunta sull’ordinanza che ho
pubblicato stamattina, per cui alcuni consiglieri di opposizione vogliono fare ricorso al TAR.
Non si fermano davanti a niente.
Ma chi è quella ragazza, non l’ho mai vista e nessuno la saluta. Che non sia la stessa
ragazza di cui mi ha raccontato il maresciallo. I tratti corrispondono, giovane, molto bella,
elegante. La escort?!
Com’è possibile che tra tutti, proprio tu Robè potessi avere questo vizio.
Eppure sembra davvero dispiaciuta.
Dovrò fare una chiacchierata con i servizi sociali, magari ne sanno qualcosa.
O forse tu da sempre credi davvero in ciò che fai, e noi siamo solo quelli che danno buoni
consigli quando non possono più dare il cattivo esempio.
Risposta di DON ROBERTO
Fatti gli affaracci tuoi e fischia forte. Pensa piuttosto che mi hai bocciato i soldi del PNRR che potevano essere benissimo spesi per il progetto di inclusione sociale dei più disagiati. Quando invece hai speso un sacco di soldi per eventi e concerti tipo Battiti Live. Un sacco di chiacchiere e distintivo. Poi vi lamentate che i cittadini non votano… e ci credo…
IL VESCOVO
di Silvano Scapinelli
L’odore di ospedale si infila tra le pieghe del mio cappotto, ma tu, Roberto, sembri ancora profumare di quel dopobarba costoso che hai sempre usato, un vezzo stridente con il rigore che la nostra posizione imporrebbe, ma tale da renderti unico. Gli occhi chiari sono chiusi, e mi manca il non poter vederci dentro quella scintilla di genio ribelle, mista alla solita bugia che mi rifilavi per giustificare l’ennesima iniziativa non autorizzata. A fin di bene, lo so che è sempre stato a fin di bene, lo so.
La tua energia, quel fisico che hai sempre tenuto in allenamento con una disciplina che avrei voluto riposta per cause più alte, non avrebbero mai fatto pensare a quello che poi è successo. E ora sei qui.
Quante volte ho dovuto coprirti le spalle?
Sei stato un collaboratore faticoso, un bugiardo di quelli buoni che mentono per non dare dolore, eri la disperazione della nostra contabilità e la risorsa di chi non aveva niente e nessuno. Quante volte, dopo averti richiamato ufficialmente all’ordine, mi sono ritrovato a sorridere della tua giovialità contagiosa, di quella tua capacità di rendere ogni adempimento rituale una cosa viva, calda, persino divertente.
Ora sei qui, immobile, a cinquant’anni o poco più, un uomo così affamato di vita stoppato. Guardo le tue mani, non più strette attorno al manico di una racchetta o alzate al cielo come nei momenti solenni. Le guardo, ferme, e non più agitate in un gesto teatrale per convincermi della bontà di un’idea assurda. Un testardo in fuorigioco e un geniale influencer – bisogna dire così adesso- per i giovani che hai saputo far avvicinare. Un subordinato impossibile e un compagno di strada geniale. L’unico dei miei collaboratori a non temermi, ben sapendo che la mia autorità finisce là dove comincia la tua fantasia.
Mi lasci in una sospensione che ha il sapore di un set interrotto sul più bello. E mi lasci qui a giocare la partita con una squadra sempre più vecchia, io che ho sempre contato sulla tua vitalità e sulla tua energia pensando di fare di te il mio più stretto collaboratore, il mio vice, una volta che l’esperienza ti avesse reso un po’ più incline a non uscire troppo dai binari. Mi manchi, Roberto
Risposta di DON ROBERTO
Ascolta caro. Hai continuato a stressarmi per gran parte della mia vita. Continui a fare promesse di promozione che poi non si avverano. Quando manterrai una promessa con me?
MAMMA
di Ancilla Beltrami
Ti parlo.
Spesso le persone non tornano più, le posso soltanto sognare.
Il sogno mi dà un immediato piacere, ma quando mi sveglio sento un grande dolore, come quello che sto provando ora.
Stai dormendo?
Io sono sveglia, sveglissima purtroppo. Ti parlo sottovoce.
È complicato farlo con tutte queste persone intorno; mi danno anche fastidio, potrebbero uscire per dieci minuti, e lasciarci in pace da soli.
Come facevamo a pranzo, in silenzio davanti al televisore. Tu sbocconcellavi il parmigiano e io impiattavo il risotto. «Smettila di mangiare il formaggio che poi brontoli che ti ingrassi e fai fatica a giocare a tennis». «Ma dai solo un pochino. E la grattugia dov’è?» e ridevamo e, mangiando, guardavamo il TG delle 13.00.
Ti raccontavo le storie di Pinocchio e del Brutto Anatroccolo per farti addormentare.
Mi senti?
Domani mando a ritirare la tua cabriolet. Ambra mi ha detto che c’è poca benzina nel serbatoio, come sempre del resto. Ma dove hai speso tutti quei soldi? Non capisco la ragione per cui tu debba scarrozzare spesso quella ragazza. Ma scusa, ma lei non ha una sua auto? Sembra che vada sempre a scrocco.
Ascolta cosa mi è venuto in mente: ti ricordi Zanna Bianca, dai la storia di quel cane da slitta? Ma si dai che la ricordi, ti piaceva tanto. Arnaldo ha acquistato un pastore tedesco meraviglioso identico al cane che sta in copertina sul libro che tengo nella tua stanza. Lo avevi sempre desiderato un cane, ma non te l’ho mai preso. E così ora te ne sei adottato uno. Oggi dov’è? Non lo vedo. È possibile che sia con Ambra? Ma ancora non lo sento.
In verità non sento nessuno, mi sento come in una bolla, come sospesa in un sogno. Ma è un sogno strano, sento un grande dolore nel petto. Secondo te mi debbo preoccupare? Come al solito mi diresti di andare da Arnaldo. «Vai da lui, vai da lui. Ci vai quasi tutti i giorni da Arnaldo. Ti deve sempre prescrivere farmaci? Mi sa che… Arnaldo…»
Sì, dai in effetti te lo posso dire, tanto da ora ci potrai vedere sempre: Arnaldo non è solamente il mio medico. Venivamo insieme ai tavoli verdi. Tu non ci vedevi, stavamo ben nascosti. Sarebbe stato uno scandalo ammettere pubblicamente una nostra intima relazione. Soprattutto per il tuo ruolo. Sai che gossip in paese!
Però, senza scherzi, ho veramente un grande dolore al cuore, sarebbe meglio che lui fosse qui.
E se andassi a prendere una boccata d’aria? Ma sai ho le gambe strane, senza forza. E poi sento freddo, anche se fuori fa caldo.
Ti ricordi Zanna Bianca? Anche se preferivi sempre Anna dai Capelli Rossi.
Sai che tu sei sempre nei miei pensieri?
Ho freddo. Tremo.
Risposta di DON ROBERTO
Ciao Ma’. Ti voglio bene, ma’. Tu, a me ne hai voluto troppo. Per questo sono diventato così. Anch’io comincio a sentire freddo. Vorrei tornare da te, dentro di te, nel caldo del tuo grembo. Non mi sento ancora pronto a rinascere.
IL CROUPIER
di Arianna Cristofori
Quando me lo hanno comunicato sono rimasto con la pallina d’avorio tra le dita, immobile, mentre il mondo intorno continuava a puntare fiches nel solito brusio, come se nulla fosse cambiato. Mi sono tolto il gilet d’ordinanza e sono corso qui, attraversando Venezia con il cuore che mi rimbombava nel petto come un tamburo impazzito. Eccoti, ti ho scorto in mezzo a questa gente. All’inizio non ti avevo riconosciuto. Qui siete tutti vestiti allo stesso modo: scuri, seri, con quell’aria di chi ha appena perso qualcosa. Per un attimo ho pensato di aver sbagliato posto. Non vedo il tavolo, non vedo il panno verde, e soprattutto non vedo la ruota. Tu però sei qui. E Non giochi. Tu che avevi il tuo metodo ‘apostolico’ per provare a battere il banco. Ho una pallina in tasca non so perché l’ho portata. Forse per abitudine. O forse perché senza di lei mi sento disarmato. La tocco con le dita. È liscia. Perfetta. Per un momento mi viene un pensiero terribile. Se la facessi girare qui? Solo per vedere. Solo per capire dove cade. Mi viene da ridere forte, proprio qui, davanti a questa gente che mi osserva incredula, perché immagino la scena di te che arrivi ai cancelli d’oro, ti slacci il colletto, lo lanci sul bancone dell’entrata e chiedi di cambiare tutto in fiches di luce. Mi avvicino al bordo del tuo nuovo, bizzarro tavolo di legno e ti sussurro all’orecchio: «Quanto hai vinto stavolta? Quanto hai portato via al Grande Direttore?». E solo allora la vedo. Sì, proprio lei, la donna in bianco, esempio di compostezza e parole misurate, all’apparenza, perché lei si che conosce tutti i trucchi del casinò, questa bella veterana del gioco, e non solo. E incredibile mi punta. Sì, proprio me. Non come si punta un numero alla roulette. No. Lei mi punta come se fossi una fiches vivente, pronta a cadere sul tavolo della sua scelta. Io rimango lì paralizzato, la pallina d’avorio che trema tra le dita. «Sai», sussurra con voce melliflua, «potrei farti vincere tutto… se solo accettassi di seguire le mie regole.» Alzo lo sguardo verso di lei, verso la folla congelata, verso di te e, con un filo di voce tremante, dico: «Rien ne va plus.»
Risposta di DON ROBERTO
La ruota della Roulette da sempre incarna in me la ciclicità della vita, l’alternanza del destino, la mutevolezza del tempo, il tentativo di prevederne le sorti. Ma a lungo andare vinceva sempre il banco che rappresenti. E, anche se mi stai simpatico, alla fine considero te e il tuo lavoro come una amicizia sbagliata. Rien ne va plus. Vero.
IL PESCATORE
di Vito Renda
Ciao Roberto, oggi non ti porto il solito branzino fresco, pescato da me con queste mie mani.
Oggi queste mani sono vuote.
Tu hai il solito aspetto: con quel tuo bel volto, sei sempre stato un bell’uomo.
Mi ricordo la prima volta che ti ho visto, quasi trent’anni fa: alto, elegante, con quegli occhi azzurri meravigliosi che ti scavavano dentro. Pensai tra me e me come fosse possibile che un uomo così affascinante facesse quel mestiere.
Perché te ne sei andato, Roberto?
Eri più giovane di me, dovevi essere ancora qui al mio fianco!
Quando l’ho saputo, ho provato dolore e rabbia allo stesso tempo. Sì, anche rabbia, perché ti avevo prestato duecento euro proprio la settimana scorsa. Mi avevi detto che ti servivano per una visita specialistica e invece, chissà dove sono andati a finire i miei soldi?
Dannazione! Che faccio tanta fatica a guadagnare.
Hai visto? Ci sta anche il Sindaco, mi vien da ridere ogni volta che lo vedo. Tu lo sai, ti ho confessato tutto. Quando c’erano le lunghe sedute di Consiglio Comunale io andavo lì a casa sua a portargli il pesce fresco e lui pensava, il cornuto, che glielo regalassi ed invece la Giovanna, sua moglie, che mi piaceva tanto, il pesce me lo pagava, eccome se lo pagava, ma in natura!
Son passati degli anni ma ci siamo tanto diverti io e lei che quando l’incontro per strada mi sorride e mi chiede se ho ancora da portagli del pesce fresco.
Mi ora viene in mente quando ci siamo conosciuti io e te: ero diffidente nei tuoi confronti. Mi dicesti che volevi imparare a pescare e io ti portai con me, ma poi capii che non erano i pesci che volevi prendere: ero io che cercavi. Io già, che avevo visto mio padre fucilato davanti a casa perché, come militare, aveva aderito alla Repubblica di Salò. Fu considerato fascista anche se non era mai stato iscritto al Partito. Non contenti, i partigiani comunisti presero mia madre e la violentarono per un giorno intero mentre io, bambino, nascosto nel sottotetto di casa, sentivo le sue urla. Poi, il capo di quella masnada le sparò un colpo in testa aveva solo venticinque anni, povera donna, e non aveva mai fatto nulla di male.
Rimasi così, solo, nella vita; e per quella colpa non mia, ero sempre stato additato e odiato dall’intero paese. Ma tu scommettesti che mi avresti riabilitato agli occhi della gente.
Ed è stato così che sono uscito dall’isolamento grazie a te, amico mio Sì, amico mio, perché anche tu di cose me ne hai confidate: a te le donne facevano sempre gli occhi dolci. Ora non ci posso credere che non ci sei più e ricordo che proprio pochi giorni fa, citando Sant’Agostino,
mi dicesti “che la morte non è niente, è come se fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono
sempre io e tu sempre tu. Quello che eravamo l’uno per l’altro lo siamo ancora. Non sono
lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo”. Beh… ciao Roberto, ora vado a vedere se
ti trovo nella stanza accanto, ma anche se non ci sei in ogni caso sei nel mio cuore, sempre.
Risposta di DON ROBERTO
A proposito della storia tra te e la moglie del Sindaco, ora posso confessarti che anche tua moglie canta quella canzone di Pierangelo Bertoli, quella che diceva “Pesca forte tira pescatore, pesca e non ti fermare…”
IL CHIERICHETTO
di Lucia Paparella
Non ci posso ancora credere, sai? La vita è ingiusta. Prima mi ha tolto papà, che quando ero piccolo se n’è andato chissà dove con quella schifosa, come la chiama la mamma, e adesso te ne vai anche tu, che sei diventato come un padre, anzi di più, perché io voglio più bene a te che a lui. Però te ne vai lo stesso. Ti ricordi quando ti confessavo le mie marachelle e tu alla fine sorridevi e dicevi sempre, per scherzare: il Principale ti ha già perdonato, io invece ci metterò un po’ di più? Be’, questa volta sono io che non ti perdono subito. Me l’hai fatta troppo grossa. Ma perché? Ho bisogno di te e tu lo sai. Sono troppo arrabbiato adesso, me ne frego se mi vedi piangere. Mi dicevi di essere forte, di pensare positivo, aiutati che Dio t’aiuta, ma erano tutte boiate. Come faccio a essere forte, eh? Rispondimi! Non so, sembri lo stesso di sempre ma anche diverso, sembri un baccello alieno di quel film che hai fatto vedere a noi ragazzi un po’ di tempo fa, non ricordo il titolo, l’invasione di qualcosa. Sì, lo so che è colpa di quella, lo sanno tutti ormai. Chissà cosa ti avrà confidato, per sconvolgerti così. Io me ne sarei fregato, cavoli suoi! E pensare che per me sei un mito: ho imparato a giocare a tennis perché ci giocavi tu, mi sono persino comprato le Nike nere identiche alle tue. Chissà se ci sono campi da tennis dove vai adesso. A proposito, la Slazenger che mi hai prestato, posso tenerla io? La terrò come un tesoro. E ogni volta che ci giocherò sarai con me, mi darai la forza di vincere. Ma sarai con me sempre, anche quando non giocherò. Mi piaceva tanto andare in chiesa la domenica, mi sentivo a casa, era bello aiutarti, guardare da vicino i tuoi gesti precisi e ascoltare le cose che dicevi, che poi ci riflettevo su per tutta la settimana e cercavo di metterle in pratica. Eri saggio come Yoda, solo più figo. Non so chi manderanno adesso al posto tuo, ma non sarà mai come te. Io non ci andrò più, in chiesa, mai più. Non so proprio cosa farò la domenica.
Risposta di DON ROBERTO
Comprendo la tua rabbia, ma tutto ha un senso. Io sono qui che ti ascolto, ora come sempre. Per quanto riguarda la Slazenger puoi tenerla a patto che un giorno anche tu saprai prestarla a qualcun altro.
MARTA – PERPETUA
di Roberta Scalici
Ma come è possibile? Come ci sei finito lì dentro? Io lo dicevo che eri troppo stressato, non
ci credo, non posso essere davvero qui.
Che bello che è! L’hanno sistemata bene la barba? L’ho detto a quei ragazzini che ci teneva
tantissimo! Sì, mi sembra a posto!
Saresti in grado di lamentartene anche adesso, vero Robertino? Mamma mia, che male al
cuore nel vederti lì fermo. Chissà dov’è ora quel cane…Oh povero cucciolo, quella bestiolina
che ti è sempre stata dietro! E chi le darà tutte le attenzioni adesso? Solo questo ci mancava,
immaginare il suo pianto mi strazia ancora di più!
Ah, ecco tua madre! Che bella signora che è, sempre in ordine. Il vestito bianco, però, non lo
concepisco. Magari non ci ha pensato, avrà la mente annebbiata dal dolore…non giudicare
Marta! Me lo dicevi sempre!
Devo ricordarmi di ripassare nella tua stanza dopo, c’è tanta confusione, bigliettini sparsi qua
e là, ho visto pure che hai preso il vaporetto a Venezia. Ma che ci andavi a fare a Venezia?
No, non ci voglio pensare, lo so ma non ci voglio pensare, sto già troppo male così, meglio
non sapere i tuoi segreti! Come hai fatto ad avere segreti con me? “Oh Marta, sei la mia più
grande confidente!”, “Oh Marta, a te posso dire tutto!”. Quante balle! Che rabbia! Dopo
quello che ho fatto per te! Mica ho detto in giro chi ti portavi in casa alla sera…sempre zitta!
Non era abbastanza per fidarsi davvero di me, è evidente!
Eccola, è arrivata la sciacquetta… Sì, adesso giudico! Tanto non mi sgrida nessuno! Ma non
si sente nemmeno un po’ in colpa? Con quale faccia si presenta qui? Sì, vai pure a toccargli le
mani, tanto ormai il danno l’hai fatto! Era in perfetta salute, poi arriva questa donnetta e va a
finire così!
Quanto vorrei sentire la tua voce adesso! Cosa mi diresti? “Marta, non sporcarti l’anima con i
brutti pensieri”. Mi faceva sempre bene, ora chi me lo dirà? No, le lacrime no, mi danno
fastidio. Non riesco a smettere però. Grazie per il fazzoletto, chi me l’ha dato? Non riesco a
capirlo. Sarà stato un angelo che mi hai mandato tu?
Risposta di DON ROBERTO
Mi sono scordato di dirti che ci sarebbero da portare al commercialista, adesso che è aprile, tutti i documenti per la dichiarazione dei redditi del 2025. Inoltre, ricordati che siamo in aprile e che non ha più senso mettere a palla il riscaldamento della casa come piace fare a te. Poi ora posso finalmente suggerirti che ogni tanto una mentina non farebbe male al tuo alito.
FEDERER, IL CANE DI DON ROBERTO
di Simona Bianchini
Chi sono queste persone?
Non sanno che mio padrone Roberto non c’è?
Lui andato via senza dire niente a me
Mie orecchie dritte ascoltano sempre se arriva
Io aspettarlo, io sicuro che lui torna presto da me
Oggi molte persone venute a casa nostra
Adesso è arrivata anche macchina con dentro cassa
Allora arriva anche Roberto
Quando c’è macchina con cassa lui aspetta sempre davanti porta grande
Corro a porta grande
…
Roberto non c’è… c’è altro umano con suoi vestiti
Roberto dove sei?
Andato via perché arrabbiato con me?
Non scappo più per inseguire gatti, mai più. Promesso
Io comporto bene, come insegni tu, io faccio bravo
Anche Marta dice che sono ubbidiente
Sto fuori in giardino, faccio guardia. Inseguo solo lucertole antipatiche, faccio corsetta per mandare via loro e poi di nuovo guardia
Quando occhi si chiudono entro in casa per garage e dormo su nostro divano
Roberto quando torni?
Io voglio stare in braccio tuo, voglio leccare te e guardare tuoi occhi
…
Ecco stanno tirando fuori cassa
Vado vicino e annuso se è odore conosciuto
…
Oh, no!
Marta ha beccato me, ha fatto gesto che dice di andare via
Io allora faccio giro largo, da altra parte
Ecco sono dietro cassa e arriva odore, mio naso sente
…
È odore…
…
È tuo odore…
… è odore di Roberto
Cosa fai dentro cassa? Tu devi stare fuori cassa
Auuuu! Auuuu! Auuuu!
…
Io sono tuo Federer, tu sei mio Roberto
Aiuto io te a uscire, graffio e mordo cassa
…
Marta toglie me da cassa, mi prende in braccio e mi stringe, sento suo cuore battere forte forte
Ho capito…
…
Roberto non torna più da suo Federer
Da mio occhio sinistro cade goccia d’acqua che bagna mio muso
Risposta di DON ROBERTO
Oddio no … Federer… fatemi uscire da qui…
Devo venire su???
… aspettate almeno che saluti il mio cane…
Ciao Federer,
so che non sai leggere e che non potresti tradurre queste parole scritte ma non importa, so che le capirai ascoltandole dalla mia voce.
Averti avuto nella mia vita è stato il più grande dono che Dio mi abbia mai fatto. La prima volta che ti ho visto eri un piccolo scricciolo impaurito dalla tua stessa ombra. Quando ti tenevo accoccolato sul mio petto, mi chiedevo se sentissi la mancanza della tua mamma, se io fossi un sostituto sufficiente per te, se ti sentissi amato come meritavi. Dubbi a cui tu sei riuscito a dare una risposta, semplicemente, guardandomi con quei tuoi profondi occhi scuri. Così mi facevi sentire papà.
Solo tu mi conosci davvero, in tutti i miei milioni di difetti e nei pregi che fatico a vedere.
Ti amo immensamente piccolo mio e sarà così per sempre.
Quanto a tutti voi persone che mi sono state vicine, chi più chi meno e comunque meno di Federer, sappiate che da ora in poi saprò scrutare ogni piccolo anfratto dei vostri pensieri così come ho fatto oggi.
Ma non ne parlerò con nessuno.
Vostro Don Roberto.
Vado ciao…
Se qualcuno avesse avuto la gentilezza di mettere la pallina da tennis di Federer dentro alla mia bara gliene sarei stato grato. E… uno smartphone anche usato con caricabatterie ad energia atomica.
E ora vogliate gradire il mio eterno silenzio.



