Delicatezza è la qualità che vorrei avessimo noi genitori e gli educatori in generale.
Una delicatezza d’animo, quella delicatezza che porta la consapevolezza che tutta la fatica che facciamo nel crescere i nostri figli è data dall’essere obbligati a innalzarci fino all’altezza dei loro sentimenti, la fatica a tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi… Per non ferirli. Parole preziose del pedagogista polacco Janusz Korczack che esprimono perfettamente quello che sento.
Essere genitori, oggi, è complesso e ho la sensazione che sia un percorso sempre meno naturale. Ci è stato raccontato e fatto credere che fare un figlio e crescerlo è naturale come andare in bicicletta, ma non lo è affatto. Queste informazioni ci influenzano, fanno nascere aspettative e senso di inadeguatezza quando scopriamo che non è come ci hanno detto. Questi messaggi dovrebbero essere riscritti nel nostro DNA così da alleggerire le future generazioni dal carico che bisogna essere genitori per forza e che farlo è semplice, perchè molte persone l’hanno fatto prima e altre lo faranno dopo.
La legge biologica preme e insiste perché si mettano al mondo dei figli, del resto è una legge che ha per finalità il mantenimento della specie; dal suo punto di vista è tutto semplice, chiaro e logico.
A sostegno della spinta biologica ci sono, poi, delle ingiunzioni familiari e culturali che riassumo in frasi come Cosa aspettate a fare un bambino? oppure Non vorresti dare un nipotino ai tuoi genitori?
Altra spinta arriva dai valori pseudo-cristiani secondo i quali una sana sessualità deve essere finalizzata alla procreazione, alla vita, a dar vita a famiglie numerose, con tanti figli dono di Dio.
A queste spinte genetico-culturali se ne aggiunge una di tutt’altra natura, quella secondo la quale fare un figlio può salvare una relazione.
Tutto questo per dire che, oggi, scegliere di mettere al mondo un figlio con libertà rimanendo in ascolto del proprio sentire è possibile, ma molto complesso.
La scelta di diventare genitori, però, è anche qualcosa di viscerale, profondo, che nasce da un amore che chiede con prepotenza di essere condiviso con un altro essere umano che porterà metà del nostro patrimonio genetico o con un altro essere umano che dei nostri geni non ne ha nemmeno l’ombra, ma che è il frutto di una profonda reciprocità affettiva.
Il percorso che ci ha portato a essere genitori è solo il seme di una pianta che poi avremo il compito di accompagnare nella sua crescita rigogliosa. Questo richiederà tempo, cura, amore, apertura, pazienza, rinunce, cambiamenti, flessibilità, formazione e umiltà. E chissà quanto altro, lo scopriremo solo vivendo pienamente la relazione con nostro figlio.
Quindi come si fa? Da dove si parte?
Si parte dal donare ai nostri figli amore e opportunità.
Amore incondizionato, che non chiede nulla in cambio. I genitori danno e i figli ricevono, punto.
Sembrerebbe scontato ma non lo è affatto, perchè, molto spesso, da genitori ci aspettiamo di essere ricambiati, ci aspettiamo gratitudine e riconoscimento, proprio la gratitudine e il riconoscimento di cui hanno bisogno i figli per avere il coraggio di esprimere la loro unicità. Se, come adulti, sentiamo la necessità di essere riconosciuti ci dobbiamo fare carico di questo processo e affrontarlo senza coinvolgere i nostri figli, non è da loro che deve arrivare.
Quindi doniamo un amore che sgorghi fluido e libero.
Oltre a dare amore è fondamentale dare opportunità ai figli, opportunità di crescita, di confronto e di apprendimento rimanendo sempre connessi con i loro bisogni e le loro richieste implicite e esplicite; sempre attenti anche a cogliere le fragilità e a farle diventare opportunità per mettersi in gioco e evolvere.
Dare opportunità non significa colmare i nostri vuoti esistenziali, proporre e, a volte, pretendere che i figli facciano ciò che non abbiamo potuto fare noi genitori. Non è mai troppo tardi per recuperare o rimediare, lo possiamo fare anche da adulti. I figli non sono un nostro prolungamento, un clone che rimedia ai nostri errori e colma vuoti.
Cos’altro possiamo fare?
Avere un profondo rispetto dell’identità di nostro figlio, meravigliarci del fatto che è diverso da noi, che affronta la vita da un punto di vista differente dal nostro e sentirci arricchiti da questa opportunità di evoluzione. Rispettare la sua capacità di sentire ciò che è buono per lui, coltivare la sua saggezza interiore, osservare e comprendere il suo bio-ritmo assecondandolo il più possibile.
Di fronte all’espressione di un suo disagio, di una sua difficoltà chiederci se lo stiamo obbligando a fare qualcosa per noi, se lo stiamo spostando da se stesso per aderire ai nostri schemi, al nostro desiderio di fare ciò che è giusto.
Lasciamo andare il controllo, non possiamo essere nè onnipresenti, nè onniscienti: per fortuna. Esserci è molto diverso dal io ti controllo, io so cosa è giusto per te, ascolta me e vedrai che tutto andrà bene.
Io so cosa è giusto per te ha una carica di prepotenza enorme e porta con sè un messaggio molto forte: quello che senti tu, quello che sceglieresti tu e quello che faresti tu non vale niente o comunque meno di quello che penso io. Quando agiamo questo ci nascondiamo dietro la convinzione che i bambini e i ragazzi non abbiano sufficienti capacità per scegliere e pensiamo che è nostro dovere assumerci la responsabilità di fare scelte per loro. I bambini e i ragazzi hanno più potenzialità di quelle che immaginiamo, hanno soluzioni, hanno strategie e strumenti originali e saggi per affrontare le scelte e le difficoltà. Noi dobbiamo essere lì con la nostra presenza, in ascolto, in supporto e per donare loro altri punti di vista.
E’ ancora molto diffusa la convinzione che servano regole, che le regole costituiscano la base della relazione. A me vengono i brividi, mi venivano anche da insegnante. L’unica regola è che la mia libertà finisce dove inizia la tua e questo vale nella relazione con i figli, con i genitori, con gli insegnanti, con gli amici, vale sempre e si chiama RISPETTO. Questa regola richiede di essere in ascolto di noi stessi, di essere in contatto con i nostri bisogni in modo da definire i confini, le priorità e ciò che veramente ci permette di sentirci bene. Richiede un ascolto altrettanto attento dei bisogni degli altri, delle loro caratteristiche, richiede la capacità di adattarsi ai contesti e ai luoghi. Questa capacità va educata giorno dopo giorno, insieme.
Abbiamo, anche e soprattutto, l’obbligo di vivere pienamente la nostra vita, di nutrirci di passioni, di esperienze, di relazioni e lottare per la nostra felicità; essere prima di tutto Donne e Uomini e poi genitori. Questo è il famoso essere da esempio!
Che esempio vogliamo essere?
Di rigidità, di infelicità, di sacrificio, di lasciare che la vita ci viva, che il tempo ci invecchi, che il giudizio ci logori, che i rimpianti ci divorino?
Io sto scegliendo la via della felicità, di essere nella vita quello che sono nell’anima. Questo cammino è iniziato proprio grazie a mio figlio, il suo esserci e la sua essenza ha rimesso in discussione tutto, mi ha offerto un punto di vista nuovo, ha aperto quella porta da cui per anni mi sono limitata a guardare solo dalla serratura.



